Normalmente, quando si parla di nascita del djing, ci vengono in mente i primi shaper di una eventuale e ancora indefinita cultura elettronica, tendenzialmente afroamericani, tra New York e Chicago, a metà degli ‘80s, in piccoli locali sotterranei e periferici, gay friendly e catartici.
In realtà quel concetto di festa primitiva, che oggi ricordiamo o proviamo ad immaginarci quando parliamo di mentalità, di amore puro, di passione per la musica e basta, non è stato il focolare del djing, bensì l’incendio che si è creato in risposta a una lunga e travagliata storia già passata, che non è sempre stata simbolo di peace, love & freedom, anzi. Forse in quegli anni si è assistito alla nascita di un altro elemento eventuale e ancora indefinito, ossia il clubbing, ma la figura del dj, di pastasciutta, ne aveva già mangiata tanto. Se definiamo il disc jockey come colui che suona musica registrata per intrattenere un gruppo di persone ebbene sempre di fine secolo si parla, ma stavolta del XIX.
Edison inventa il fonografo a cilindro nel 1877, ma non riproduce musica. Nel ’87 arriva però Emil Berliner che sbatte sul tavolo un grammofono a disco piatto, meraviglioso ma già se va la lavastoviglie non lo senti. Un decennio dopo, radio liberalizzate, così ci potevi trasmettere tutte le linee e i puntini di Morse che volevi. Dopo altri dieci anni però arriva la tanto attesa alleanza di segnale radio e grammofono Marconi ce l’ha fatta!. Nel 1907 compare il primo fenomeno che, a dimostrarci la ciclicità degli avvenimenti, si proclama dj, anzi questo addirittura il primo dj della storia. Ma Lee DeForest, rinominato successivamente “il padre della radio”, non sapeva che alla vigilia di Natale dell’anno prima, 1906, Reginald A. Fessenden stava apparecchiando per cominciare a mangiargli in testa.

Lee Deforest: quando sei scienziato, inventore, regista, produttore
cinematografico e direttore della fotografia, ma vuoi essere anche il primo dj del mondo.

Infatti il buon Reginald, che pareva assolutamente poco interessato alla preparazione del Santo Presepio, aveva deciso di cercare in tutti i modi di trasmettere onde radio dai sobborghi di Boston alla Scozia e, mentre la moglie gli ricordava quanto fosse penoso e ridicolo, mentre il tacchino si scioglieva in pentola e mentre i bimbi sistemavano l’asinello, ce la fece, e mandò un segnale ad alcuni operatori telegrafici sulle navi in mezzo all’Atlantico – pensa questi che spavento.
Zittita la moglie e rifiutato il tacchino, il grinch pronuncia un discorso esplicativo, legge il passo della Bibbia “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in Terra agli uomini di buona volontà”, suona un paio di pezzi al violino e si esibisce anche in brani cantati ma, accettando la momentanea euforia, ammetterà poi che “non erano un granché”. E poi? E poi che cosa fa Reginald A. Fessenden? Mette su un disco.

Il primo brano suonato dal primo disc jokey della storia è, secondo alcuni, “O Holy Night”, che Reginald spinse appunto per rallegrare i connazionali sulle navi in mezzo agli oceani. In realtà, questo brano fu eseguito da Fessenden al violino, che suonava amatorialmente, con la sua stessa voce, dando così inizio anche al primo vocal & instrumental live in radio. Il reale primo disco fu il Largo di Handel, probabilmente cantato da Clara Butt (anche se come data di prima pubblicazione risulta il 1909).

si, lo so raga

Quel disco non aveva ancora conosciuto copyright, musicisti, case discografiche, editori musicali, nessuno che lo stressasse. Suonava tranquillo, per intrattenere le persone. Quel disco ha svelato al mondo che c’era un mezzo di comunicazione nuovo e seriamente rivoluzionario, ha scatenato interessi economici in tutto il mondo (anche se questa volta, l’America è stata l’ultima a vederci il business), ha dato vita ai teenager, che prima esistevano sì, ma non avevano un nome, erano delle specie di normalissimi operai o soldati ma un po’ più piccoli degli altri, ma soprattutto ha dato vita al DJing.

Qui un Fessenden quasi annoiato dalla banalità della sua strumentazione

Il termine disc jockey viene utilizzato per la prima volta il 13 agosto del 1941 sulla rivista Variety, sicuramente con valenza dispregiativa perché tutti realizzavano che si trattava appunto di fantini dei dischi, data la loro confidenza fisica e musicale con questi, ma anche di furfanti (doppia valenza del termine jockey), perché comunque l’idea che questi figuri si procurassero la pagnotta con il lavoro d’altri, non riuscivano a togliersela.

Ci sarà bisogno di un altro secolo perché…ah, no.